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Intervista a Karim Forlin, vincitore del "Premio Migros Ticino 2016"

Palazzo Reali

Nato a Locarno nel 1977, Karim Forlin da alcuni anni si dedica alle arti visive. Formatosi prima a Milano e poi a Ginevra, città quest’ultima che attualmente lo accoglie, dal 2010 ha iniziato ad esporre le sue opere in spazi dedicati alle arti a livello nazionale, con qualche tappa europea.
Nominato vincitore del Premio Migros Ticino di incoraggiamento alla creazione artistica 2016 da una giuria d’eccezione presieduta da Bice Curiger, ci ha raccontato il suo percorso artistico e i suoi progetti futuri, nonché la nascita di Granite and Rainbow, opera premiata.

Hai vinto il Premio Migros Ticino di incoraggiamento alla creazione artistica 2016: quali sono i tuoi progetti ora?
Vorrei poter continuare con il mio umile commento sul mondo in cui vivo e nel quale mi muovo, e perché no, con una mostra in Ticino… mi piacerebbe molto. Nel 2017 avrò come evento principale una mostra personale alla galleria Laurence Bernard a Ginevra, con la quale collaboro dall’autunno scorso. Probabilmente il Premio mi permetterà di riflettere in altro modo ai progetti futuri: da un lato conscio del fatto che un mio lavoro sia stato apprezzato da una giuria di eccellente qualità; dall’altro, chiaramente, mi permetterà di dedicarmi a nuovi progetti preoccupandomi meno dei lati puramente finanziari.

Com’è nata Granite and Rainbow, opera premiata? Come la descrivi?
L’opera può essere percepita come una riflessione rispetto all’idea di “ticinesità”, di potersi nominare e definire artista ticinese e il significato di tutto ciò. È una sorta di omaggio e di lavoro in situ immaginando questo luogo, un poco più vasto della sola sala d’esposizione di Palazzo Reali, quasi transalpino.
Riconoscere, con quattro elementi collegati tra di loro oltre che dall’installazione dal titolo (preso in prestito da Virginia Woolf),  una gestazione, una possibilità in divenire e un percorso, personale ma non solo, che non dimentica il legame intrinseco al mito di Sisifo.
Sono spesso affascinato dall’energia e dai “messaggi”, o meglio suggerimenti, che un discorso, un percorso, o una giustapposizione potrebbero lasciar scaturire.
Con le mie installazioni cerco di afferrare questo momento, suggerendo un titolo che come in questo caso consiglia un inizio di lettura per meglio approfittare di questi quattro lavori che potrebbero descrivere il mio rapporto con il Ticino che è stato, che è e che sarà, forse.

Facendo una piccola ricerca sulla tua produzione artistica, la tua opera è spesso stata descritta come fatta di oggetti trovati, di parole, di ready made, di forme primitive e di referenze linguistiche, il tutto dettato dall’intuizione. Come si inserisce quest’opera più recente (Granite and Rainbow, 2016), nel tuo portfolio?
L’intuizione è assolutamente fondamentale, ma il tutto è sostenuto da una storia che mi racconto, che scopro camminando, leggendo, discutendo, correndo. Non matura immediatamente, devo precisarla, e poi, non sempre, ma nei casi di cui sono più soddisfatto, prende forma. La immagino fisicamente, e forse questo rispetto ad altre persone mi risulta più semplice anche perché lavoro da molti anni come tecnico d’esposizione. Se poi il risultato è fedele alla prima immagine mentale, alla forma che mi sono prefissato, solitamente sono soddisfatto del risultato finale, della sua mise en oeuvre, o mise en acte.
Nel caso di Granite and Rainbow ne ho parlato chiaramente alle persone che mi sono più vicine, e avevo l’impressione che il gap, la discrepanza tra l’immagine iniziale e il risultato finale fosse minima e di ciò ne ero felice, anche prima d’aver ricevuto il premio.

Come nasce un’opera d’arte a firma di Karim Forlin?
Riprendendo il titolo di un libro di un amico e collega, Thierry Davila, che mi ha molto influenzato sin da quando ero studente alla HEAD di Ginevra in gioielleria contemporanea: Marcher, Créer.
Racconto, o tento di farlo, un percorso, un momento di cammino, mio o di qualcuno o qualcosa che sono in grado di capire, e cerco di dargli forma.

Come si è sviluppata, secondo te, l’arte “giovane” in Svizzera?
Posso provare a dire come l’immagino o come la vedo io nel mio piccolo. È, secondo me, molto legata alle differenti scuole d’arte, alle varie istituzioni e spazi espositivi. Si cercano delle interazioni interne alla realtà cantonale e internazionale.  Ho però l’impressione che ci sia ancora molto da fare, da tutti i lati: organizzatori, artisti, fruitori, perché tutto ciò sia realizzabile al di fuori delle riviste di settore, di workshop o di residenze d’artista.
Trovo che delle rassegne come Che c’è di nuovo?, ancora di più con quest’edizione che ha una “seconda parte” espositiva nello spazio d’arte indipendente zurighese DIENSTGEBÄUDE Art Space, e con la giuria d’eccezione di quest’anno, vadano esattamente in questa direzione.