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Intervista ad Antoni Muntadas

12 artisti sulle pagine del Corriere del Ticino

Nato a Barcellona nel 1942 e dal 1971 residente a New York, Antoni Muntadas è uno dei più importanti artisti spagnoli del nostro tempo. Fin dalla metà degli anni Settanta, il suo lavoro appare caratterizzato da un approccio radicale, che attraverso una molteplicità di linguaggi, in modo particolare video e installazioni, analizza e svela i meccanismi, non sempre palesi, che contribuiscono a definire il funzionamento delle strutture sociali e politiche. Da anni docente al MIT (Massachusetts Institute of Technology), ha avuto occasione di presentare le sue opere in moltissimi musei, tra i quali il MoMA, il Berkley Art Museum, il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Madrid e il Musée d’art contemporain di Montréal. Ha partecipato, tra le altre, alla Documenta di Kassel (1977, 1997), alla Whitney Biennal of American Art (1991) e ha rappresentato la Spagna alla 51. Biennale di Venezia (2005).

Come in altri suoi lavori recenti, l’intervento che ha proposto per questo progetto fa riferimento al sentimento che negli ultimi decenni sembra dominare la realtà sociale occidentale. Qual è il ruolo che hanno i media nella costruzione sociale della paura?
Dal punto di vista psicologico la paura è un’emozione che esiste da quando esiste la civilizzazione. Siamo in grado di riconoscere e di ricordare la sensazione di paura sin dall’infanzia, basta pensare alla paura del buio o alla paura della solitudine. Crescendo impariamo a considerare la paura come un sentimento: una sensazione che si presenta prima o/e dopo un atto di violenza.
Negli ultimi anni l’incremento della violenza ha portato con sé stati di paura frutto di un evidente strumentalizzazione della politica e dei media. Quella che io chiamo la costruzione della paura.

Da sempre la paura è un elemento fondamentale attraverso il quale nel corso della storia le varie forme di potere hanno garantito la loro sopravvivenza. Come è cambiato il rapporto tra paura e potere negli ultimi anni?
A seguito dell’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti hanno dato avvio ad una nuova era: dopo il periodo della guerra fredda, siamo entrati nell’era della guerra della paura. La paura è diventata in modo evidente uno strumento finalizzato all’esercizio del potere.

Il suo lavoro si muove da sempre nell’ambito di quella che normalmente viene definita critica delle istituzioni. Perché l’arte ha un ruolo così importante nello svelare le strutture nascoste della nostra vita sociale?
Un artista dovrebbe riflettere il tempo in cui vive ed essere testimone delle questioni che gli sono contemporanee. Il visibile e l’invisibile sono entrambi territori verso i quali l’artista deve rivolgere il proprio sguardo e nei confronti dei quali deve reagire.

Molti dei suoi lavori sono stati realizzati all’interno di spazi pubblici. Perché è importante che gli artisti escano dagli spazi istituzionali dell’arte?
Come artisti, non abbandoniamo le gallerie o i musei, semmai aggiungiamo nuovi spazi: gli spazi pubblici delle strade, della Tv, dei giornali, di internet. Spazi nei quali intervenire e raggiungere un vasto pubblico, ma con le difficoltà che questi spazi implicano: non sempre guardare significa percepire.

Il concetto di traduzione è molto importante nel suo lavoro. Per lei l’arte è una forma di traduzione?
Mi interessa il modo in cui le realtà culturali vengono tradotte attraverso le rappresentazioni personali nell’ambito delle arti visive. La traduzione può essere letterale, quindi fedele all’originale, oppure creativa, in questo caso diventa un’estensione del testo verso altre interpretazioni. L’arte può essere vista come una traduzione in forma di libera interpretazione.

Intervista a cura di Elio Schenini, co-curatore di "And Now the Good News. Opere dalla Collezione Annette e Peter Nobel"
Pubblicato sul Corriere del Ticino sabato 4 giugno 2016