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Intervista ad Alberto Garutti

12 artisti sulle pagine del Corriere del Ticino

È necessario ricondurre il ruolo dell'artista in una dimensione etica

Alberto Garutti, figura di primo piano del panorama artistico italiano contemporaneo, si dedica fin dagli anni Novanta alla cosiddetta "arte pubblica". Nato nel 1948 a Galbiate, in provincia di Lecco, è stato per oltre vent'anni titolare della cattedra di pittura a Brera.
Attualmente insegna presso lo IUAV di Venezia e presso la facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Invitato a grandi manifestazioni internazionali, quali la Biennale di Venezia (1990), la Biennale di Istanbul (2001) e la Memory Marathon presso la Serpentine Gallery di Londra (2012), Garutti è stato chiamato a realizzare opere pubbliche per città e musei di tutto il mondo. Nel 2012 il PAC di Milano gli ha dedicato un'importante retrospettiva. In questi giorni un suo intervento è visibile nella sezione Parcours di Art Basel, dove è rappresentato dalla Galleria Buchmann.

In questo, come in molti altri suoi progetti, lo spettatore è chiamato a prender parte attivamente alla processualità dell'opera. Come si contraddistingue nel suo lavoro il rapporto tra autore e spettatore?
L'autore è il mediatore tra l'opera d'arte e il pubblico, mentre lo spettatore è colui che con il proprio sguardo fa in modo che l'opera possa esistere. Un'opera d'arte infatti è tale solo nel momento in cui viene fruita da qualcuno. Questo vale anche per l'autore, infatti è lui stesso il primo spettatore dell'opera. Nel caso di questo intervento, ho voluto che fosse il lettore del giornale ad essere chiamato in causa. Invitandolo ad alzare il proprio sguardo dal giornale lo invito ad abbandonare per un attimo il mondo della cronaca, della quotidianità più spicciola e a rivolgere lo sguardo alla dimensione filosofica dell'esistente; ad interrogarsi su se stesso e sul rapporto che intrattiene con ciò che lo circonda.

Quale ruolo svolge la didascalia, termine che dava il titolo alla mostra al PAC, nei suoi progetti?
La didascalia è il dispositivo che attiva l'opera, che chiama lo spettatore ad assumere il proprio ruolo di spettatore. Nel caso dei miei interventi pubblici la didascalia è indispensabile per raccontare e avvicinare il pubblico al lavoro. Attraverso di essa invito alla partecipazione pubblici differenti - dai semplici passanti, ai turisti, agli esperti d'arte - includendo sempre nel testo una sorta di dedica che suggerisce una modalità di fruizione dell'opera.

Cosa significa per un artista lavorare al di fuori degli spazi istituzionali dell'arte e quindi al di fuori delle strutture retoriche che li caratterizzano?
Quando lavora in una galleria o in un museo, l'artista sa che può contare sulla cornice istituzionale di uno spazio specialistico in cui è lo spettatore ad andare verso l'opera, quando invece si muove nello spazio pubblico l'artista deve interrogarsi sulla propria responsabilità rispetto al contesto sociale, rispetto alla città. Ho sempre considerato fondamentale che i miei interventi pubblici nascano da una profonda conoscenza del contesto, perché l'opera pubblica deve radicarsi nel territorio in cui si colloca, nella sua storia e nelle sue narrazioni.

Negli ultimi decenni si è parlato molto di estetica relazionale. Ritiene che il suo lavoro possa essere letto all'interno di questa tendenza?
Non credo che la mia ricerca abbia in realtà molto a che fare con l'estetica relazionale. Penso anzi che quella dell'arte relazionale possa diventare una comoda etichetta. Quando nel 1994 ho realizzato il mio primo intervento pubblico a Peccoli, il concetto di "estetica relazionale" non esisteva ancora. Quello che a me importava, in quel momento, era l'esigenza di ricondurre all'interno di una dimensione etica il ruolo dell'artista e dell'opera.

Intervista a cura di Elio Schenini, co-curatore di "And Now the Good News. Opere dalla Collezione Annette e Peter Nobel"
Pubblicata sul Corriere del Ticino sabato 18 giugno 2016