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Intervista a Markus e Reto Huber

12 artisti sulle pagine del Corriere del Ticino

Nati a Münsterlingen (TG) nel 1975 e attivi come coppia dal 2005 con il nome huber.huber, i gemelli Markus e Reto Huber, si sono affermati nell’ambito della scena artistica svizzera contemporanea con un lavoro multiforme che affronta tematiche di grande attualità e che si sofferma in particolare sul rapporto tra natura e cultura. Presentato in svariate esposizioni collettive in Svizzera e all’estero, è stato al centro di numerose mostre personali, tra le quali si possono segnalare quelle ospitate dal Kunsthaus di Glarona (2008), dal Museo Cantonale d’Arte a Lugano (2009) e dall’Aargauer Kunsthaus (2015).

Nel progetto che avete elaborato per l’edizione odierna del Corriere del Ticino una serie di macchie grigie sono stampate sullo sfondo delle pagine della sezione economica del giornale dove sono elencati i titoli di borsa. A cosa corrispondono esattamente queste macchie?
Sono le impronte lasciate da un mazzo di narcisi. Impronte che assomigliano a macchie prodotte dall’acqua; come se i fiori avessero lasciato una traccia fluida dietro di sé, come se quelle fossero le loro ombre. Appena intuibili nelle loro forme originali questi fiori possono ricordare la tradizione dei disegni giapponesi a China, dove questo tipo di disegni erano di solito realizzati in stretto rapporto con la scrittura. I vecchi giornali, invece, sono usati ancora oggi nei mercatini come imballaggi. Frutta e verdura vengono spesso avvolte nei giornali. Attraverso il nostro intervento un’immagine del “mercato reale” viene sovrapposta alle pagine del giornale dedicate a quel mercato altamente complesso che è oggi la borsa.

Perché la scelta del narciso, un fiore dalle chiare implicazioni simboliche?
Il nome dei fiori appartenenti al genere dei narcisi deriva da una parola greca che significa “stordire” o “perdere coscienza”. La scelta di questi fiori si ricollega evidentemente alla leggenda narrata da Ovidio. Nella realtà quotidiana, un narcisista è una persona eccessivamente concentrata su se stessa. Un atteggiamento che spesso si abbina a una spropositata brama di soldi e potere. Le tracce liquide lasciate dai narcisi hanno però anche qualcosa di melanconico. Nelle Vanitas barocche, i fiori recisi alludono infatti allo sfiorire della bellezza e quindi anche alla nostra caducità.

Nei vostri lavori sono spesso presenti molti riferimenti simbolici. Da dove nasce questo interesse?
I simboli sono oggetti o animali che stanno per qualcos’altro, che rimandano ad altro, sono portatori di significati. Questo succede spesso anche con l’arte. Un quadro può rinviare a molti più significati rispetto a quello che rappresenta a prima vista. Spesso non è nemmeno necessario conoscere il sistema simbolico di riferimento. Nel caso di un serpente, ad esempio, è l’istinto a dirci che può trattarsi di un animale pericoloso e quindi cattivo. Nel nostro lavoro, quando compaiono degli animali ad interessarci è la loro capacità di rappresentare l’agire umano.

Vi soffermate spesso sul tema della caducità dell’esistente nei vostri lavori. In molti è direttamente legato alla ripresa di temi, forme e soggetti presenti nell’arte tardomanierista e barocca. Qual è il vostro rapporto con l’arte del passato?
Nel nostro lavoro ci occupiamo di questioni attuali che riguardano la società: le speranze, le paure, le credenze e i fallimenti dell’umanità. Ma ci interessa indagare anche la paura della nostra stessa morte. Amiamo le Vanitas seicentesche, le loro messe in scena drammatiche di oggetti, spesso cariche fino all’inverosimile. Del resto crediamo che le questioni esistenziali abbiano sempre avuto e continueranno ad avere una grande importanza nella società e quindi anche nell’arte.

Intervista a cura di Elio Schenini, co-curatore di "And Now the Good News. Opere dalla Collezione Annette e Peter Nobel"
Pubblicata sul Corriere del Ticino sabato 25 giugno 2016