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Intervista a Daniele Buetti

12 artisti sulle pagine del Corriere del Ticino

Nato a Friborgo nel 1955, da una famiglia di origini ticinesi, ma da molti anni attivo tra Zurigo e Münster, in Germania, dove dal 2004 è professore di fotografia all’Accademia d’arte, Daniele Buetti si è affermato sulla scena artistica internazionale nella seconda metà degli anni Novanta con una serie di lavori che rielaboravano immagini pubblicitarie tratte da riviste di moda. Le sue opere, in cui sui volti e sui corpi delle modelle sembravano incisi i loghi delle grandi multinazionali, si sono imposte immediatamente all’attenzione, diventando delle icone del nostro tempo. Da allora il suo lavoro è stato esposto in moltissime gallerie e musei di tutto il mondo. Sue esposizioni personali sono state presentate al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Madrid, all’Helmhaus di Zurigo, all’Istituto Svizzero di New York e alla Schirn Kunsthalle di Francoforte.

Il suo lavoro è da sempre legato al mondo dei mass-media, della pubblicità e della cultura pop. Da dove nasce questo interesse, e qual è il ruolo dell’arte rispetto a questo mondo?
Alla base di tutto il mio lavoro ci sono poche domande semplici: che ruolo giocano i mass-media nella costituzione di una biografia e nella formazione dell’identità? Perché è cosi difficile coltivare un’idea personale del mondo? Da dove nasce il bisogno di cercare conforto e conferme al di là di se stessi: che si tratti di una religione, di un movimento politico, di una squadra sportiva, di un gruppo musicale, di una marca di scarpe da ginnastica, ecc.?
Nell’ambito di queste domande sono affascinato dalla continuità iconografica che dal cattolicesimo giunge fino alla cultura popolare contemporanea. Vi è un legame che unisce il linguaggio figurativo della chiesa cattolica alle copertine di settimanali e riviste di moda, dove i volti di top model e altre celebrità, costituiscono una superficie sulla quale proiettiamo i nostri sogni, desideri, ambizioni. Mi sembra ci sia una stretta relazione tra questo mondo, in cui si riflette il bisogno di evadere e superare la vita quotidiana, e la precedente venerazione di santi e martiri.

L’intervento che ha realizzato per questo giornale si ricollega a una serie di lavori recenti che indagano gli elementi che determinano la riconoscibilità di personaggi famosi, in questo caso Donald Trump. Può spiegarci come nascono?
M’interessa osservare quanto si può eliminare da un’immagine senza cancellarne il significato. Il cervello umano è in grado di afferrare pensieri, idee e concetti ben prima di essere molestato dalla verbosità delle parole. Ironicamente, nel caso specifico dell’immagine in discussione, il personaggio raffigurato è sempre e ancora lui… capricciosamente presente e duraturo.

In questi giorni, mentre in Francia sono in corso gli Europei di calcio, si vedono sventolare ovunque bandiere nazionali. Da dove viene l’idea delle bandiere sfuocate che ha realizzato alcuni anni fa?
La bandiera è una sorta di marchio ante litteram, la cui funzione è simile a quella del logo: definire un’identità forte e garantire una riconoscibilità immediata. Inoltre la maggior parte delle bandiere sono disegnate con quadrati e rettangoli di colori forti e vivaci. Questo aspetto le avvicina alle opere d’arte astratte della prima metà del XX secolo.
Cosa accade se si sfuoca l’immagine di una bandiera? I confini dei campi di colore si offuscano e si confondono. Maggiore è la perdita della messa a fuoco e meno si è in grado di riconoscere il simbolo originale. Allora questa bandiera, che metaforicamente riflette confini spesso decisi arbitrariamente da poteri politici ed economici viene proiettata nel campo dell’astrazione lirica… nei dintorni di Rothko…

Nell’ultimo decennio, penso in particolare alla serie Oh Boy Oh Boy, il suo lavoro si è misurato anche con il tema della violenza, a partire da immagini di torture come quelle realizzate a Abu Ghraib. Qual è il senso delle trasformazioni a cui sottopone queste immagini?
Riallacciandomi a quello che dicevo prima, il percorso che va dalle immagini di santi e martiri alla cultura pop è diretto: vi è un’iconografia religiosa dove la violenza carnale, il turbamento sessuale e l’estasi risplendono nella glorificazione estetica. Sembra che l’iconografia del meraviglioso e del degenerato, della salvezza e dell’annientamento si sia radicata nella memoria collettiva. Ed ecco allora che la rappresentazione rinascimentale del tormento di Cristo si rispecchia nelle fotografie di Abu Ghraib.

Intervista a cura di Elio Schenini, co-curatore di "And Now the Good News. Opere dalla Collezione Annette e Peter Nobel"
Pubblicata sul Corriere del Ticino sabato 2 luglio 2016