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Intervista a Gianni Motti

12 artisti sulle pagine del Corriere del Ticino

Nato a Sondrio nel 1958, ma residente a Ginevra da oltre 30 anni, Gianni Motti si è avvicinato all’arte da autodidatta intorno alla metà degli anni Ottanta con una serie di interventi, quasi sempre effimeri, che giocavano con i meccanismi mediatici, parassitandoli. Da allora il suo lavoro si è caratterizzato per una quasi totale immaterialità: le sue sono infatti azioni sospese tra ironia e assurdo, che si innestano nella quotidianità sovvertendone le regole e manomettendone i meccanismi.
Esposizioni personali gli sono state dedicate dal Migros Museum für Gegenwartskunst di Zurigo, dal MAMCO di Ginevra, dalla Kunsthalle di Berna e dall’Istituto svizzero di New York. Nel 2005 ha rappresentato la Svizzera alla Biennale di Venezia, mentre attualmente una sua opera è esposta nell’ambito di Manifesta, la Biennale europea d’arte contemporanea in corso a Zurigo fino a metà settembre.

L’intervento che ha pensato per l’edizione odierna del giornale è quasi impercettibile. Solo dopo un po’ il lettore si rende conto che sta leggendo delle notizie del passato. Il suo è un modo per rompere l’automatismo con cui compiamo certi gesti quotidiani?
Noi siamo costantemente invasi da pensieri, idee e informazioni che ci arrivano attraverso altre persone, attraverso i giornali, la TV, Internet. È risaputo che i media hanno un effetto diretto nel condizionare e routinizzare i nostri atteggiamenti e le nostre credenze, rendendoci consumatori esemplari e tranquilli. Con questo intervento ho voluto mettere il lettore alla “prova dei fatti”.

Il suo lavoro ha sempre avuto una forte impronta politica. Crede che l’artista scompaginando la realtà possa contribuire a cambiarla?
Quando lavoro non penso in questi termini. La politica a volte ci soffoca, allora io entro a gamba tesa e qualche cosa succede, si manifesta. Poi passo ad altro.
Anche per l’artista è difficile cambiare la realtà se non cambiamo noi stessi. Ognuno è creatore del proprio mondo, della propria realtà! Ci sono infinite realtà, le realtà sono paragonabili a un ipermercato, dove entrando con un carrello, ognuno può scegliere dagli scaffali, quello che vuole. Bisogna però stare attenti a non ritrovarsi con delle cose che non ci serviranno mai.

Oltre al mondo dei media e alla politica, nei suoi lavori vi è spesso un riferimento al mondo della scienza. Da dove nasce questo interesse?
Viviamo sulla superfice raffreddata di una palla di fuoco che gira attorno al sole e su se stessa a una velocità incredibile, come si fa a restare indifferenti.
Per questo mi sono interessato alla scienza, ai ricercatori che studiano i segreti della vita, dell’universo, il bosone di higgs… Con la loro collaborazione ho realizzato anche qualche opera, per esempio, Big Crunch Clock un orologio digitale, che conta alla rovescia i 5 miliardi d’anni che restano al sistema solare prima della sua sparizione. Nel 2005 ho percorso a piedi i 27 chilometri dell’acceleratore di particelle del CERN. Magari un giorno gli scienziati del CERN scopriranno delle tracce d’antiMotti...

Può raccontarci chi sono e cosa fanno i “Gianni Motti assistants”?
Nel 1997 uno studente dell’accademia di Grenoble ricevette una borsa di studio per lavorare sei mesi con un artista. Mi scelse e io lo accettai. Dopo qualche giorno però mi pentii e decisi di mandarlo con la sua borsa a fare il giro del mondo. Non aveva nessun obbligo se non quello di indossare sempre una t-shirt con la scritta “Gianni Motti assistant”. Dai Caraibi alla Tanzania, zaino in spalla, per 6 mesi fece un'esperienza che gli cambiò la vita. Da allora gli assistenti si sono moltiplicati come un virus incontrollato che attraversa il globo. Attualmente sono quasi 1800 e ogni tanto capita di vederli su una pagina di un giornale o nelle news alla TV.

Intervista a cura di Elio Schenini, co-curatore di "And Now the Good News. Opere dalla Collezione Annette e Peter Nobel"
Pubblicata sul Corriere del Ticino sabato 9 luglio 2016