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Intervista a Gian Paolo Minelli

12 artisti sulle pagine del Corriere del Ticino

Cresciuto a Chiasso, Gian Paolo Minelli (1968) vive e lavora tra il Ticino e Buenos Aires. La sua ricerca artistica, strettamente legata al mezzo fotografico, si è venuta sviluppando a partire dalla metà degli anni Novanta sulla base di un approccio che vede coincidere etica ed estetica. Fin dagli esordi, al centro del suo lavoro vi è la riflessione sulle condizioni sociali e ambientali dentro le quali si svolge l’esistenza dell’uomo contemporaneo. Nel suo caso, l’esercizio della fotografia si coniuga con il tentativo di modificare concretamente le condizioni delle persone costrette a vivere in realtà urbane svantaggiate e in contesti sociali difficili. Negli ultimi anni il suo lavoro si è concentrato in particolare nel Barrio Piedrabuena, l’area più povera e degradata di Villa Lugano, uno dei quartieri di Buenos Aires. Presentato in esposizioni personali e collettive in musei e centri d’arte di tutto il mondo, il lavoro di Gian Paolo Minelli ha ottenuto ampi riconoscimenti in Svizzera e all’estero. Attualmente partecipa al progetto Critical Collaborations promosso dal Dipartimento d’arte e politica pubblica della New York University.

L’intervento che ha progettato per questo giornale si compone di due fotografie emblematiche della realtà di Chiasso: da un lato la “ramina” e dall’altra un complesso di edilizia popolare. Qual è il nesso tra queste due immagini?
La città, nella cultura occidentale, è stata per molto tempo immaginata come un luogo di integrazione sociale e culturale, un luogo sicuro e protetto, dove i diversi si incontravano, si conoscevano, imparavano uno dall’altro, in un processo di ibridazione che produceva nuove identità. Però la città è anche un luogo di separazione e di emarginazione. Questo può riguardare sia l’esclusione sociale di interi gruppi etnici, ma anche, più semplicemente, la divisione tra ricchi e poveri.
Una delle mie due fotografie mostra un quartiere di Chiasso che da sempre è stato stigmatizzato come un luogo complicato e difficile. È l’immagine di una classica periferia urbana. Di quelle periferie che sono ormai uguali in tutto il mondo. L’altra fotografia, scattata nella stessa zona, mostra la recinzione che separa la Svizzera dall’Italia. Un modo per marcare la divisione tra stati che però trasmette l’impressione di una ricerca di protezione da ciò che sta al di là?
Anche queste, come tutte le mie foto, sono state scattate con il banco ottico. A me non interessa infatti realizzare dei reportage. Mi avvicino ai luoghi che mi interessano con attenzione e cerco di osservarli serenamente, cercando una riconciliazione con la bellezza spesso inquietante e perturbatrice del mondo.

Il nome del quartiere in cui opera a Buenos Aires, Villa Lugano, ci ricorda i tempi in cui erano gli europei a emigrare nel nuovo mondo. Che tracce ha lasciato questa storia di emigrazione nella realtà odierna della capitale argentina?
Tracce importanti. Villa Lugano e Villa Soldati, due quartieri che oggi fanno parte dell’area metropolitana della capitale argentina devono il loro nome all’emigrante ticinese che li ha fondati: Francisco Soldati. Ma le tracce della relazione tra Argentina e Ticino sono forse più evidenti qui da noi, dove molte delle ricchezze affermatesi nel secolo scorso, sono state realizzate grazie ai profitti realizzati in questa terra lontana, basti pensare alla proprietà di Mezzana a Coldrerio, a Villa Argentina a Mendrisio e ai Palazzi Gargantini a Lugano.

Il suo modo di intendere la pratica fotografica è strettamente connesso all’impegno sociale. Da dove nasce l’esigenza di unire questi due mondi?
Da sempre mi sono interessato alle tematiche sociali. Negli anni ho capito che l’arte è anche energia rinnovatrice ed è soprattutto un motore di trasformazione sociale. L’arte e la cultura devono cercare di avvicinare le persone e abbattere le barriere, devono indicarci un modo di vivere e un modo per superare le difficoltà.

Intervista a cura di Elio Schenini, co-curatore di "And Now the Good News. Opere dalla Collezione Annette e Peter Nobel"
Pubblicata sul Corriere del Ticino sabato 30 luglio 2016